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   Inizia oggi con la prima recensione la rubrica letteraria di Matteo FONTANA, Docente del Corso di SCRITTURA NARRATIVA e del relativo LABORATORIO presso BORGO TEATRALE. Sarà un appuntamento fisso – non meno di una volta al mese – con romanzi di altissimo profilo, più o meno conosciuti, in cui verrà non solo raccontata la trama, ma anche espressi analisi e giudizi sull’opera che, a parere di Matteo e nostro, andrebbe comunque letta.

  Abbiamo, insieme a Matteo, pensato di cominciare con un’opera che avesse come riferimento il Teatro, proprio per il collegamento con la mission di Borgo Teatrale: i Corsi di RECITAZIONE TEATRALE E CINEMATOGRAFICA per tutti e le aree ad essa connesse, come il TEATRO  COMICO, la LETTURA ESPRESSIVA e la DIZIONE, la SCRITTURA NARRATIVA e la SCRITTURA TEATRALE.

   Questa è una delle modalità attraverso cui BORGO TEATRALE  vuole implementare il proprio contributo culturale, fornendo a tutti coloro che lo vorranno seguire, uno strumento in più di conoscenza letteraria, che va ad aggiungersi alle serate per gli Associati, anch’esse con programmazione mensile.

Buon inizio a tutti!

Giorgio ROSA – Direttore BORGO TEATRALE

 Michail BULGAKOV – “ROMANZO TEATRALE. LE MEMORIE DI UN DEFUNTO” (BUR, 2007, ediz. orig. 1965, pag. 251)

   Sergej Leont’evič Maksudov, scrittore agli esordi (e palese alter ego dello stesso Bulgakov), che per vivere collabora con una rivista di nautica ma coltiva il sogno della letteratura e del teatro, si vede incredibilmente accettato da una rivista il romanzo – a detta di molti, pessimo – che ha appena scritto. Non solo: da quel romanzo gli viene chiesto, dal Teatro d’Arte di Mosca, diretto dal “mammasantissima” della regia teatrale Ivan Vasil’evič (palese alter ego di Stanislavskij), di trarre una commedia! Un sogno che si realizza… o un incubo che inizia, per il povero Maksudov?

   Va bene, diciamolo subito: questo romanzo è incompiuto! Così “facciamo fuori” tutti quelli per i quali un’opera letteraria, se priva di finale, non merita di essere letta. Non ho intenti polemici, sia chiaro: è più che giusto – direi addirittura sacrosanto – desiderare una trama che si dipani dall’A alla Z, con un finale che, seppur magari non gradito, sia però un punto di approdo delle avventure del protagonista.

   Vorrei però invitare i lettori a riflettere sul fatto che la godibilità di un’opera letteraria va al di là della trama, che peraltro in questo romanzo si intuisce tutta, anche senza bisogno che approdi a un punto finale: stesso discorso vale, se ci pensate, per un capolavoro assoluto come “Le anime morte” di Gogol ! Ma c’è un argomento in più a “difendere” l’incompiutezza del “Romanzo teatrale” di Bulgakov, che racconta – cambiando giusto i nomi – gli anni di tormenti e di sofferenza dello stesso Autore quando si trovò a lavorare, come drammaturgo, per il celeberrimo Teatro moscovita fondato da Stanislavskji e da Nemirovič-Dančenko, vero punto di riferimento per tutta la vita culturale sovietica nei temibili anni di Stalin.

  Ma ci arriveremo tra poco… Intanto, diciamo che la penna di Bulgakov non delude mai: se “Il Maestro e Margherita” resta il capolavoro indiscusso di questo sfortunato e contrastato Autore, anche le opere considerate minori come “Romanzo teatrale” non sono da trascurare, per quell’incredibile impasto di piglio narrativo e verve ironica che sempre le contraddistingue. Vogliamo parlare, ad esempio, della straordinaria novella “Cuore di cane”? O del divertentissimo “Uova fatali”? D’accordo, “Romanzo teatrale” non ha la “brevitas” fulminante di questi celebri testi, e si colloca – sì, un po’ anche per via della sua incompiutezza – tra le opere meno conosciute di Bulgakov.

   Il libro, peraltro, è stato pubblicato in Unione Sovietica solo nel 1965, pur essendo stato scritto nel 1938, per i noti problemi con la censura staliniana che hanno accompagnato Bulgakov per tutta la sua carriera letteraria e teatrale.    Contrariamente a Stanislavskji, infatti, Bulgakov non si è mai rassegnato al fatidico “passo indietro” che il Potere – e in particolare il Potere della dittatura comunista – ha sempre chiesto ai suoi artisti. I libri di Bulgakov, anzi, brillano tutti per il modo sottilmente tagliente in cui descrivono la vita in Unione Sovietica, rifiutando l’asservimento a un concetto di arte e di letteratura interamente “filtrate” dalle esigenze del Partito. Ebbene, “Romanzo teatrale” scaturisce, come lava rovente, dalle frizioni – pare quotidiane – tra Bulgakov stesso, in qualità di Autore, e il grande regista Stanislavskji (sì, proprio l’inventore del metodo attoriale che porta il suo nome, e che è alla base dell’americanissimo Actors Studio), frizioni che hanno finito per minare persino la salute dello scrittore, preda di un ingranaggio troppo più grande di lui e gratificato, in vita, di ben poche soddisfazioni, salvo essere rivalutato appieno parecchi anni dopo la morte, quando la nomenklatura del Partito non ha più potuto negarne la grandezza.

   Insomma, “Romanzo teatrale” è un libro buffo e incandescente, graffiante e disperato, attraversato dall’ironia come da una scarica elettrica, eccessivamente ricco di personaggi (che nelle opere incompiute spesso non possono avere il giusto sviluppo) e forse un po’ troppo aneddotico e marcato nei toni (di quanta modestia, al limite dell’autocommiserazione, fa sfoggio il povero Maksudov!), ma sicuramente – a discapito del suo sottotitolo – sanguigno e vitale come un regolamento di conti (intellettuale, ovviamente), tenero e disperato come il racconto di un amore tradito – quello di Bulgakov per il Teatro, e per la Letteratura priva di controlli e censure. Già, il sottotitolo: “Le memorie di un defunto”. E qui veniamo al motivo per cui l’incompiutezza calza a pennello a “Romanzo teatrale”. Bulgakov interruppe la stesura quando gli giunse la notizia dell’improvvisa morte di Stanislavskji, il suo “gran nemico”, ammirato ma incompreso; e Maksudov, il protagonista, che si presenta fin da subito come personaggio destinato al suicidio, ci racconta le sue disavventure… prima di suicidarsi!

   E allora, cosa c’è di meglio di un libro che – come fosse stato scritto veramente da un suicida – si interrompe a metà di una frase? Non vi pare di sentire, dopo quella frase interrotta, il rumore di uno sparo?

PREGI: scrittura gustosa e ironica, delicata e piena di sfumature, che riesce a trasmettere, senza eccessiva pesantezza, tutto il senso del dramma creativo, intellettuale e artistico non del solo Bulgakov, ma di un’intera generazione – e anche più d’una! – di scrittori e artisti, mai veramente liberi di veicolare il proprio pensiero.

DIFETTI: fittissimo di personaggi ispirati a veri attori e veri tecnici del Teatro di Stanislavskji, il libro a tratti appare forse un po’ troppo elencativo, per quanto sempre animato da un certo brio narrativo.

CITAZIONE: “Ora comincio a capire”, pensavo, “quanta gente, a Mosca, vuole andare a teatro senza pagare. E la cosa strana è che nessuno di loro andrebbe in tram senza pagare il biglietto. E nessuno di loro andrebbe in un negozio a chiedere che gli dessero gratuitamente una scatoletta d’acciughe Perché ritengono che a teatro non occorre pagare?” (pag. 140)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

(Recensione scritta ascoltando Philip Glass, “Mad Rush”)

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