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   Oggi, in pieno “tempo di covid-19”, BORGO TEATRALE – Scuola di Recitazione, Formazione e Comunicazione vuole parlare di questa nostra Milano, provata e oltraggiata, facendo un viaggio all’indietro di cinquant’anni in un tempo così diverso da ora.

   Pubblichiamo per Voi una nuova recensione dello scrittore Matteo FONTANA, Docente del Corso e del Laboratorio di Scrittura Narrativa, che con la sua abituale chiarezza e fluidità di analisi  presenta l’ultimo dei lavori di Scerbanenco,  scrittore che ha amatoe descritto come pochi la nostra città.

   Buona lettura a tutti!

Giorgio Scerbanenco – I MILANESI AMMAZZANO AL SABATO (RCS, 2013, ed. orig. 1969 – pag. 183)

  

   La scomparsa della bellissima Donatella Berzaghi, debole di mente ma alta quasi due metri, bionda e statuaria, impegna Duca Lamberti in un’indagine difficile, tra i bordelli e i magnaccia di una Milano fine anni Sessanta che sembra avere perso ogni orizzonte morale.

   C’è Milano, con la sua storia, con il suo carattere un po’ chiuso ma anche intraprendente, avanguardistico, proiettato sul futuro; c’è Milano con la sua nebbia, con la sua malinconia, con il suo sapore duro-ruvido da perenne giornata di lavoro; c’è Milano con il suo rumore di fondo, e coi suoi silenzi abissali; c’è Milano, come sempre, al centro dei romanzi di Giorgio Scerbanenco.

   Più di un’ambientazione, il capoluogo lombardo è un vero e proprio personaggio di questi noir duri e crudi, di taglio quasi cronachistico, gialli che scolorano nel noir, intrighi che – appena nati, appena abbozzati – vengono travolti da un’ondata di violenza montante, vero e proprio contraltare agli anni ’60, gli anni del Boom economico, gli anni che Scerbanenco più di chiunque altro, perlomeno per quanto riguarda la realtà urbana, ha saputo raccontare, senza abbellimenti, senza sconti, ma con un ferreo senso morale.

   Sì, perché il personaggio di Duca Lamberti, ex-medico radiato dall’albo per aver eseguito illegalmente un intervento, e divenuto poliziotto in forze alla Questura di Milano, è, pur con tutti i difetti di un carattere troppo duro e spigoloso, un uomo nel vero senso del termine, un uomo che non si rassegna al dilagare contemporaneo della civiltà e della criminalità di massa, che ne è la prima conseguenza. Soprattutto nell’opulenta Milano, la città industriale e affaristica, la città del sottobosco criminale più spaventoso e spietato d’Italia, la città delle sperequazioni sociali in cui delinquere è l’unica scelta che rimane a tanti disgraziati senz’arte né parte. Disgraziati che Scerbanenco si guarda bene dall’assolvere o dal giustificare: riuscite a cogliere l’estrema attualità di questi libri sporchi e sgradevoli, attraversati da una vena di indignazione morale cui fa da contraltare l’impotenza cui spesso, troppo spesso, le forze dell’ordine sono costrette?

   Duca Lamberti vorrebbe ribaltare il mondo, ripulirlo radicalmente, trovare la povera Donatella, bellissima bambola nelle mani di spietati sfruttatori; ma il suo raggio d’azione è limitato, le sue mani sono legate, ci sono le procedure, i regolamenti, c’è tutta una società, di mezzo, coi suoi uomini e mezzi uomini, c’è tutto un marciume morale – dalle maîtresse ai magnaccia, fino alle prostitute – che sembra essersi incistato nel tessuto del convivere umano, come un’escrescenza della società stessa, una parte di città – e di mondo – che si vorrebbe ignorare, ma con la quale ogni tanto bisogna fare i conti.

   Non è un mondo “giusto” quello che racconta Scerbanenco, mai; è un mondo a volte prevedibile nella sua brutalità, altre volte talmente imprevedibile, nella sua ingenua “innocenza”, da lasciare il lettore a bocca aperta. “I milanesi ammazzano al sabato” è la quarta e ultima avventura di Duca Lamberti, e uscì nel 1969: Scerbanenco sarebbe morto poco dopo, senza vedere la bomba di piazza Fontana, triste giro di boa che portò Milano nella dimensione del terrorismo ideologico, dritta dritta in quelli che sarebbero stati definiti Anni di Piombo.

   Quelli di Scerbanenco sono gli anni immediatamente precedenti, venati da un ottimismo che si sarebbe rivelato del tutto ingiustificato.

   E tutto sommato, mi piace pensare a questi romanzi ancora come ai “libri dell’innocenza” di una Milano che non c’è più da molto tempo, che forse non va nemmeno rimpianta troppo, ma che è scolpita nelle grigie pagine di Scerbanenco come in nessun altro monumento.

PREGI: asciutto, diretto, costruito su poche scene pregnanti, parsimonioso nel mettere in scena personaggi e sviluppi di trama, pervaso da

un’atmosfera di profonda malinconia, il libro – come tanti altri di Scerbanenco – lascia una sensazione di nostalgia e di “verità” che raramente si trovano altrove

DIFETTI: la trama è sin troppo lineare, e l’indagine si regge tutta sulla titanica figura di Duca Lamberti, che colma col suo carisma più di un “buco” di trama…

CITAZIONE: “– Come ti chiami? […] – Mi chiamo negra prostituta, disse. […] – Perché ti butti via così? – E perché non dovrei farlo? È tutto una porcheria! – Forse non tutto, disse Duca. – Tutto. Anche tu. Vieni qui come un giovanotto che gli scappa la voglia al mattino presto e invece sei un poliziotto. […] È tutto sporco, è tutto diverso da quello che sembra, ti sembra di avere un amico, e invece quello è un magnaccia.” (pag. 90)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

(Recensione scritta ascoltando gli Improved Sound Limited, “Catch a singing bird on the road”)

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